6-22 Luglio. Puerto Ovaldia-Carti, Panama
Insieme alla “>mia moto, sono su una barca di mercanti colombiani, una rotta un po’ complicata, territorio panamense, verso Nord. Posti incredibili. E’ pieno di isole come quelle delle barzellette sulla settimana enigmistica: 10 metri quadrati, una sola palma e un po’ di sabbia. Dovrei essere contento.
In realtà i primi 3-4 giorni sono un po’ un inferno. Ritardo. A grandi linee ho capito dove siamo e in che direzione ci muoviamo. C’è poca acqua, dentro un bidone, che usiamo (in 11) per bere e lavarci.
La polizia antidroga panamense, non mi ha neanche controllato le valige: in compenso però mi han rubato le ciabatte. Maledetti. Scalzo, gli indigeni sputano continuamente per terra, anche sulla barca. Senza elettricità non ho modo di ricaricare niente, niente macchina fotografica.
Andiamo lentissimi non si sa quanti giorni impiegheremo. Nessuno ha informazioni certe sul fatto che ci si sia o meno una strada dove scenderò a terra. Non ho un posto dove dormire e mettere le mie cose: le valige laterali sono nascoste tra i sacchi di patate e tendo l’amaca sopra le cipolle quando si fa sera. Dormo sull’ingresso, in maniera da scoraggiare eventuali ladruncoli notturni.
Non mi lamento, ma non vedo l’ora di far fatica, spostare scatole, tirare sacchi, qualsiasi cosa pur di non pensare. Ogni volta che mi fermo un attimo a riflettere e mi guardo attorno cado in uno stato di ansia-depressione.
Per integrarmi rapidamente assumo un atteggiamento più rude del necessario, non faccio una piega davanti a fatiche, pericoli o problemi. In realtà non ho difficoltà ad ammettere che sto’ impazzendo.
Dopo 4-5 giorni apparentemente senza alcuna causa: la svolta. Comincio a divertirmi. Sono accettato. Ho una mia funzione ben definita nella vendita delle mercanzie. Sono rispettato. Ormai in confidenza con i compagni, siamo un po’ una squadra. Quando arriva qualcuno o negoziamo, diventiamo seri e sappiamo incutere timore se necessario, ma il resto del tempo ci prendiamo in giro, scherziamo.
Vendiamo zucchero, riso, farina e altro (vestiti e cianfrusaglie) a delle comunità di indigeni Cuna sparse per l’arcipelago. Non ci pagano con soldi, ma barattando “>noci di cocco.
Ogni villaggio ha le proprie leggi, più o meno severe, che vanno rispettate. In alcuni non possiamo nemmeno avvicinarci troppo all’isola e vengono loro con dei barchini a prendere la mercanzia, sono proibiti gli alcolici.
Nella maggiorparte dei posti è proibito fare foto, pena sequestro della barca, multe e sabttimenti. In altre frequentate dai turisti si fanno fotografare in cambio di “mancie” in dollari. Io faccio tutto di nascosto. Gli indigeni parlano una loro lingua, all’inizio non si capisce quasi niente, ma molti sostantivi sono derivati dallo spagnolo e deformati, per cui con un po’ di attenzione, ascoltando, qualcosa si decifra.
Le autorità (capo villaggio, sciamano) sono uomini, ma in realtà (anche qui
)comandano le donne. Con “quelli delle mercanzie” sono tutti gentili.
Incontriamo una barca che trasporta anche dei turisti, (5-6 in tutto) vanno nella direzione opposta, in Colombia. La barca, panamense, è poco carica, sul ponte coperto sono tese tutte le amache, c’è chi legge, chi scrive appunti su un’agendina, io ho appena finito un giro di sacchi di farina, i più pesanti e i più odiati. Quattro giorni, Panama City-Cartagena, quella che avrei dovuto prendere io! Non mi vergogno a dire quello che provo: li invidio di brutto.
Trovo un attimo di tranquillità e vado da loro per salutare. Mentre salgo vedo che nascondono una macchian fotografica e vanno in allarme. Hanno paura che li derubi… Mi do’ un tono, provo a chiedere dove vanno ecc.. ma niente. Uno addirittura dice a una ragazza di non non preoccuparsi che “se ne occupa lui”. Non riesco a comunicare. Ci rimago malissimo. Una volta tornato sul galeone, la delusione si trasforma in incazzatura. Mitragliate di parolacce in italiano. Raccontato l’accaduto ai compagni, vengo preso in giro per più giorni.
Riamaniamo senz’acqua. L’unica maniera di procurarsela è arrivare con una “panga” (barchetta a remi) vicino alla costa e poi risalire un fiume dove gli indigeni lavano e fanno provviste d’acqua dolce. Nessuno vuole andare, per via di fantomatici coccodrilli.
Mi offro volontario. In realtà l’unico sbattimento è remare per quasi 2 ore controcorrente lungo un fiumiciattolo nella giungla per arrivare dove l’acqua è secondo loro “potabile”. Fatica. Pieno di indigeni che lavano vestiti o se stessi. Mi diverto. Faccio un bagno fantastico. Lavarmi nel fiume dopo giorni che mi lavo con una ciotola mi sembra la cosa più bella del mondo. Facciamo scorta di 4 bidoni pieni d’acqua dolce e torniamo alla barca carichi al limite dell’affondaggio.
Vedo, fotografo e ho una discussione (per via delle foto)
con dei contrabbandieri di tartarughe marine (specie super protetta in via d’estinzione). Nessuno fa il brillante, però rimango impressionato nel vedere fare a pezzi con macete-coltello-scure l’animale. Carne rossa e sangue come fosse umana.
Con una catena di baratti arrivo ad ottenere due “molas” (vestiti di tessuti colorati e fabbricati dai Cuna) per Ingrid. Per la cronaca, molti dei vestiti, amache e altre cose vendute dagli indigeni come artigianali nei posti turistici, in realtà glie le vendiamo noi e sono fatte o in Colombia o in Cina
Arriva l’ultima notte sul galeone. Non so esattamente quanti giorni sono stato qui… Un po’ intimorito dal dover lasciare la barca e gli amici, continuare in moto, da solo, ma è questo quello che voglio.
Mi addormento agitato, come se fosse il giorno della partenza. Ho voglia di andare in moto. Domattina una barchetta di legno che abbiamo contrattato, mi porterà alla terraferma, poi lungo una strada (dicono rimordenata da pochissimo), fino alla panamericana che porta a Panama City… Città! Macchine, traffico, smog… Bello!
Non so bene cosa lascio, ma sono pronto a ripartire

